martedì 7 agosto 2012

La spada di Mishima: forza e fragilità di cristallo.


Hana wa sakuragi, hito wa bushi.
Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero.

La spada stretta tra le braccia.

La spada (Ken) è una novella di Yukio Mishima stampata nell'Ottobre del 1963.
Sono anni di intensa attività per Mishima, che nel 1961 aveva addirittura assistito alle prove di alcuni suoi drammi nō nella città di New York. Nel 1962 concepisce la sua opera monumentale, Il mare della fertilità, che lo accompagnerà per il decennio successivo. Forse non c'è bisogno di ricordarlo, lo sottolineiamo perchè è particolarmente importante per La spada stesso, che Mishima volle concludere con la Tetralogia la propria vita e la propria carriera artistica. Mentre crea la struttura dell'opera che lo accompagnerà fino all'ultimo, in questi primi anni 60' continua a scrivere saggi, romanzi, cura un'edizione delle opera di Yasunari Kawabata, scrive su Jun'ichirō Tanizaki, viene dichiarato direttore della compagnia tetrale Bungakuza.
La spada viene pubblicata il mese seguente a Il sapore della gloria. Molto simili perchè entrambi presentano una prospettiva sul mondo della giovinezza, si differenziano però nei toni e nell'ispirazione. Il protagonista de La spada è una fortezza di luce, simile ad altri personaggi di Mishima ma totalmente libero da cattiveria e ipocrisia, non inquinato. Per la sua particolarità, non ci sembra azzardato notare che il 1963, anno di pubblicazione di questa novella, vede anche la realizzazione di Barakei, l'album fotografico in cui Mishima si espone agli obiettivi del fotografo Eikō Hosoe: il supplizio delle rose.
Le motivazioni di questo accostamento saranno più chiare leggendo cosa ci riserva Mishima con questa scheggia di cristallo. Poichè non vogliamo svelare quasi niente della (breve) trama, ci limiteremo a fare qualche constatazione che invogli da sè alla lettura della novella. Seguiranno dei cenni sugli altri scritti contenuti nel volume.

Jirō Kokobu, giovane kendoka (praticante di kendo) quarto dan, è signore di una dimensione assoluta dello spirito che, spesso, i personaggi più sentiti da Mishima cercano di conquistare e preservare a vario titolo. Se Il mare della fertilità impiegherà ben quattro libri, l'attraversamento di quasi un secolo di storia del Giappone, tre reincarnazioni prima di raggiungere la liberazione e la pace, in La spada troviamo un condensato e una prefigurazione di questa lunga strada, anche se le particolarità di questa novella non permettono certo di racchiuderla in un confronto con la Tetralogia. Anzi, una sua caratteristica è che qualunque accostamento abbiamo proposto finora, e quanti se ne possano ancora fare, La spada è un racconto indomito, in cui prevale la corporeità degli allenamenti, gli atti, l'odore del sudore e la leggerezza di una mente totalmente assorbita nel qui e ora.
Jirō Kokobu forse è il più idealista dei personaggi di Mishima, e forse l'unico a non interessarsi di saperlo. "Idealismo" è solo una parola, Jiro vive con tanta pienezza uno spirito puro e leale da non essere contaminato da tutto quello che per gli altri è normale.

La storia narra di questo ragazzo, capitano di un circolo di kendo universitario. Altri personaggi sono Mibu, un adoratore del Capitano, che cerca di imitare la purezza della sua condotta e di difenderlo dall'incomprensione degli altri; Kagawa, un ragazzo che ammira Jiro ma cerca disperatamente di essergli pari; Kinouchi, il direttore tecnico del circolo, ex allievo che ha continuato a dedicare la sua vita a quel gruppo di ragazzi. Se Kinouchi si comporta da vero maestro e compagno maggiore dei ragazzi, cercando di stemperare piccoli screzi e rivalità, Kagawa cercherà più volte di mettere in difficoltà Jirō, finchè un giorno varcherà il limite, arrivando a umiliare il ruolo di Jirō come Capitano del circolo. Mibu, che ha una venerazione per Jirō tanto come persona quanto come Capitano, non riuscirà a evitare la frattura: proprio comportandosi in nome di quella purezza di cui Jirō è esempio vivente, sferrerà un duro colpo al suo idolo. Kagawa: comprende gli atteggiamenti di Jirō, fin nelle loro minime sfumature, e per il distacco di Jirō si sente umiliato, perchè vorrebbe stargli accanto da pari. Mibu: non comprende fino in fondo Jirō
Sebbene i ruoli sembrino a prima vista determinati dalle azioni di questi due personaggi, tutto, di fronte al comportamento di Jirō, può tingersi di sfumature diverse, e persino Kagawa, che è condannabile per le sue azioni, potrebbe non esserlo dal punto di vista di cause più sottili. Una vera tragedia.

Jirō aveva una bocca piuttosto piccola, labbra ben modellate. Quando sorrideva, i suoi denti bianchissimi erano un'esplosione di purezza.
Con quel sorriso, Jirō sperava di risolvere ogni cosa, ottenendo comprensione per il proprio difficile ruolo, ma era proprio quel suo riserbo che urtava Kagawa. Era come se rifuggendo ogni espressione di solidarietà, disdegnando ogni forma di diplomazia, finisse per chiudersi nella torre trasparente della sua integrità unica e perfetta, per sottrarsi alla realtà della sofferenza altrui.

La spada è una scheggia, dicevamo sopra. In senso letterale. Jirō Kokobu è una cifra della visione di Mishima, ma potrebbe essere facilmente schedato come malato, da una certa prospettiva, per via della sua unilateralità, della sua incapacità di sostenere la durezza delle relazioni con gli altri, il tradimento della fiducia, il senso del fallimento: insomma, della sua incapacità di crescere e imparare a mediare, adattarsi, vivere. Mishima non presente Jiro come un eroe, perchè lascia filtrare, qui e lì, in trasparenze, la debolezza della sua visione. 
È Mishima ad avere consapevolezza dell'impossibilità di una vita come quella di Jirō, proprio nel momento in cui Jiro è allo zenith della propria luce. Su questo è basata la complessità di un testo così lineare e, per intreccio, semplice.
Non sta a noi, qui, offrire una qualunque panoramica su Jirō Kokobu (sarebbe estremamente riduttivo), sul rapporto con Kagawa e Mibu, perché non c'è una 'verità' da trovare e rivelare: esistono molte sfaccettature e punti di vista, destinate sicuramente a dividere i lettori, così come sulla stessa morte di Mishima si stendono tante voci quante quelle che ne hanno scritto.

Accenniamo agli altri testi che la SE ha raccolto per il lettore italiano: Riflessioni sulla morte di Mishima di Henry Miller, il Proclama di Mishima il giorno del suo seppuku, l' Ideologia della morte folle di Hashikawa Bunzō, Dietro tanta vivacità un senso di vuoto di Donald Keene, Mishima di Marguerite Yourcenar. Segue una estesa nota biografica e una appendice fotografica molto ricca. 
Dopo aver letto la novella, questi testi hanno il sapore dell'ombra.

La spada è il racconto che un amante di Mishima non può non conoscere: gli sarà familiare e, al tempo stesso, uno sguardo spalancato sugli abissi dell'ignoto.

Forgiata da Osuminajo Masahiro
nel 1606 (Tokyo National Museum).
Foto presa da qui.
Aveva deposto quella cedevolezza, quell'ipersensibilità che disprezzava e contro cui si ribellava fino al punto di odiarsi nel modo più violento. Il pudore, certo, quello l'avrebbe conservato, ma a timidezze e ritrosie diceva ora addio.
Il verbo "volere" sarebbe scomparso dal suo vocabolario. D'ora in poi si sarebbe imposto come regola il "dovere". Così sarebbe stato, così "doveva" essere.
Tutta la sua vita si sarebbe concentrata nella spada, in quel cristallo acuminato, in quel condensato di forza pura che altro non è se non la forma spontanea che assumono la carne e lo spirito quanto si affilano fino a congelarsi in un unico raggio di luce.
Tutto il resto erano solo "sciocchezze".



@ Carla Righetti per Dita di Inchiostro.


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