domenica 6 gennaio 2013

Buddha, Freud... e il desiderio. Alle fonti della ragione

Buongiorno dilette e diletti, vi state dilettando coi dolciumi della calzetta della Befana, vero?

Mangiate anche per noi, che mangiamo anche per voi, ma soprattutto lavoriamo!

Visto che è l'Epifania oggi abbiamo scelto una recensione abbastanza in tema con dolciumi e peccati di gola...

Di cosa si tratta? ;) Scopritelo...



... il libro di cui parleremo inizia con una storia sufi: Nasruddin, mistico e maestro, siede per strada, di fronte a un vassoio in terra, pieno di peperoncini; ne prende uno, poi un altro, per mangiarlo, di fila, con metodo. E mentre lo fa piange in modo incontrollato per la sofferenza. Gli amici lo vedono e gli chiedono cosa sta succedendo. Lui risponde, in lacrime per il tormento, "ne sto cercando uno dolce".

L'autore del libro, Mark Epstein è uno psichiatra americano, ricercatore e praticante di buddhismo sin dai suoi vent'anni (nato nel 1953, quindi dagli anni Settanta), laureato all'Università di Harvard con uno studio a New York. Ha scritto lui il libro che vi presento oggi, "Buddha, Freud e il desiderio". L'ho acquistato prima di Natale, quando sullo scaffale mi guardava con una copertina troppo carina per non essere notata, e per fortuna: l'acquisto mi è piaciuto e l'ho riletto due volte! Copertina graziosa a parte, il contenuto di questa piccola pietra di riflessione e approfondimento vale davvero la pena di essere esaminato.

La prospettiva di Epstein è interessante per una ragione specifica: la sua estrema semplicità e praticità. Nessun consiglio sulla felicità o facili annacquamenti e miscugli tra psicologia e Buddhismo, visto il tono concreto e coi piedi bene a terra che lascia respirare le pagine e il lettore (che non viene sommerso da montagne di fumi strani, insomma). Infatti, parla tanto da praticante di tecniche di meditazione quanto da psicoterapeuta che si trova tutti i giorni di fronte a problemi e dinamiche psichiche ed esistenziali estremamente complessi, variabili con le circostanze e tagliati sulle persone che li incarnano e animano. E parla e affronta queste matasse, cosciente della loro importanza e difficoltà.

In particolare Epstein mette l'accento su un aspetto del buddhismo che spesso non viene colto dagli Occidentali, che recepiscono il Buddhismo e le sue diverse forme come semplice repressione e sradicamento dei desideri (in primis, mi viene da pensare a Schopenhauer e al guazzabuglio che ha combinato!). Infatti, alcune scuole e alcune forme di Buddhismo possono mostrare come convivere e vivere il desiderio in modo diverso, più pieno in un certo senso, e più "autentico". Il discorso di Epstein riesce a mantenere un equilibrio e una criticità sereni, persino maturi, sia personalmente che professionalmente. Uno degli elementi che lo rendono particolarmente gradevole (specialmente per il lettore medio, ma anche per quello che ha un po' più di letture alle spalle), poi, è la consapevolezza dei rischi in cui può incorrere un praticante o un interessato entusiasta e un po' frettoloso, i fraintendimenti della dottrina e della pratica buddhiste anche da parte di chi si sente "spiritualmente portato".

Ecco quindi l'importanza del tema, il desiderio, che viene affrontato in quattro capitoli, secondo lo schema delle Quattro Nobili Verità enunciate da Buddha. Ogni sezione inizia con una citazione dal Ramayana, uno dei poemi epici indù più venerati, che utilizza anche all'interno dei paragrafi per mostrare come sia proprio il desiderio ad offrire un percorso di realizzazione che insegna a trasformare e bruciare brama, incompletezza e sofferenza in una espressione matura d'amore e relazione, a tutti i livelli.
Le quattro sezioni si intitolano:
1) Per mancanza di desiderio.
2) Attaccamento.
3) La fine dell'attaccamento.
4) Un sentiero per il desiderio.


Le intuizioni e le posizioni di Freud concorrono a illustrare il modo in cui la psicoanalisi ha inteso il desiderio e l'inconscio. Quando Epstein parla di Buddhismo, è alla sottigliezza psicologica del Buddhismo che si riferisce. Nella introduzione stessa anticipa che il termine usato da Buddha per indicare la radice del dukkha, della sofferenza, è tanha, "sete/brama", e non "desiderio", tanto che Epstein scrive: "Il sentieri indicato dal Buddha non considerava il desiderio come un nemico da sconfiggere, ma piuttosto come un'energia da percepire correttamente. Il Buddha voleva insegnarci non soltanto come trovare la nostra libertà, ma anche come mantenere una relazione amorevole con gli altri".

Alla luce di tutti questi discorsi (snodati in pagine che volano via come un soffio), la storia ad apertura libro acquista un senso molto profondo: c'è una ricerca, in apparenza folle, che non fugge e non si attacca né si illude, e che porta ad aprirsi, a provare empatia con se stessi, gli altri ed il mondo.



Titolo: Buddha, Freud e il desiderio.
Autore: Mark Epstein.
Editore: Indiana.
Pagine: 297.
Prezzo: 16,80.


@ Carla Righetti per Dita d'Inchiostro.

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